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C’è quel rapido attivarsi dell’area entorinale
col profumo cipollino del soffritto, le carote
più care, il sedano a dadini fini fini, la camicia
candida e il berretto, lo sguardo fiero e dritto.
Il nonno che cucina per tutta la banda di nipoti,
per i figli e per le loro mogli, per le figlie e i mariti,
per gli ospiti inaspettati, per la cagnara natalizia
intorno ai tavoli – d’estate nella casa in campagna.
Il nonno che impasta il ripieno della faraona,
che agghinda l’anguilla marinata, l’arrosto caldo
e il pane nero, la minestra di verdure scelte a naso.
Il nonno in piedi alla finestra: “Pronto? Chi è?
Ma certo venite, metto in tavola l’olio toscano,
mi date una mano e si pranza, sono contento.”
Conservo i mestoli di metallo e di rame forgiati
dal nonno come gli anelli, la bella radio di radica,
gli arnesi del provetto cuoco veneto, romantico
pollice verde, osservatore di stelle, costruttore
di geni assopiti nel mio cuore, dolcetti di DNA.
Valeria Bianchi Mian