Fotografia di Chiara Liverani – Ritatto dell’autrice con le sue Favolesvelte, Golem Edizioni.


#ricordi #poeticadeisognielapolvere

[Favolesvelte, Golem Edizioni, 2015]



Le piccole cose
il respiro dell’acqua
la terra con l’aria
al centro, l’arché
(prima che sia
l’ora
che il dopo
non c’è).
#vita
Il mondo va curato briciola dopo briciola, passi passetti, passerotti. La terra è la madre sulla quale cammini, non hai bisogno di correre, mastica a bocconcini. Grato puoi essere per la minuzia, non divorare, non correre… gioca d’astuzia. Ascolta la vita e segui la via che porta al centro di casa tua – la stessa casa che è nostra, loro, mia.
V.
Innanzi tutto voglio ringraziare tutti coloro che seguono ormai da anni questo BLOG. Siete in tanti e io non ricambio abbastanza – il mio limite è il TEMPO e me ne cruccio.
Vi voglio raccontare una storia. Una storia vera, è la vita di Giovanni – un paziente che ho incontrato anni fa in una struttura. Ero tirocinante psicologa. Poco importa se il TEMPO mi confonde oggi le idee e non ricordo bene il nome del manicomio nel quale Giovanni aveva prestato servizio come infermiere. Non occorre essere precisi. Poteva essere Quarto – edificio oggi abbandonato alle erbacce e riscoperto dai festival di musica e poesia – oppure no. Ovviamente Giovanni non si chiama Giovanni, ma forse Giorgio o Gilberto o… Il fatto è che adesso Giovanni ha dimenticato ogni cosa a causa dell’Alzheimer, e allora questa storia la racconto io.
Così come l’ho raccontata alla Luna’s Torta a Torino due sere fa, nel corso della bella serata di gara narrativa – Story Slam – organizzata da Alessandra Racca e Arsenio Brav’uomo (senza apostrofo, ma con apostrofo è il top).

Fotografia di Christian Baldin
Che fretta c’era
Lungo i corridoi
La gente affacciata alle porte che non sapeva se uscire o rimanere chiusa dentro
Come era sempre stato prima
Quando tutto era sotto controllo, quanto tutto aveva un ritmo cadenzato scalpiccio e ogni minima uscita dalle righe veniva riportata all’ordine…
Che fretta c’era
Nel cortile
Le divise smesse i ruoli alla rinfusa i vestiti a colori le voci le grida
Che non capivi più chi era chi, e il visitatore non era in grado di distinguere il medico dall’ammalato, il savio dal folle.
Ma che fretta c’era?
Perplesso, il dottor Zeta osserva il suo ospedale dalla finestra al primo piano, mentre Giovanni non ha risposte. Piuttosto, per Giovanni è impellente capire cosa fare con Anna, che è tornata ubriaca fradicia dalla campagna, il corpo pieno di lividi. La si può far controllare se è stata stuprata? Giovanni vuole anche sapere come gestire Gualtiero, che non potendo più stare cucito nel letto – zitto e mosca – la coperta con le cinghie, si dedica alla pittura dei muri delle case limitrofe in gradazioni di merda. A Gualtiero, artista mancato, o artista a suo modo, gli piace colorare il mondo con la cacca. È per questo che
lo hanno rinchiuso in manicomio da bambino.
Giovanni è contento di questo cambiamento, la 180 è una conquista e adesso anche lui, infermiere grande e grosso, può cominciare a comunicare. A dire la sua. Non è più solo un ubbidire agli ordini. I medici chiedono addirittura la sua opinione nelle riunioni d’èquipe. Abituato alle maniere forti ma anche dolci, non così convinto che le centinaia di docce gelate che ha somministrato negli anni siano davvero servite a far smettere Pino, a non fargli più sbattere la testa contro il muro. A sedare Giorgio che con la bava alla bocca picchia ancora duro, picchia sempre a tradimento.
Giovanni mi racconta le storie del passato, la sua memoria a lungo termine non è compromessa, a tratti. Lui narra e io ascolto. Gli faccio domande, cosa è accaduto poi a Gualtiero? Il poliziotto lo ha riportato a casa – la sua casa è stata sempre e solo il manicomio di Quarto perché lui una casa non ce l’aveva più – tenendolo a debita distanza perché puzzava.
Giovanni racconta e passano gli anni, lo accompagno in giardino lo faccio parlare. Primavera estate autunno inverno… Giovanni scappa se gli lasci il cancello aperto si fa incontinente Giovanni…
Dottoressa, mi dice, che fretta c’era quella volta che è cambiato tutto, quella volta che dovevamo aprire la porta al futuro e chiudere con il passato.
I ricordi di Giovanni si cancellano velocemente, si cancellano giorno dopo giorno.
Dal centro diurno Alzheimer viene portato su alla lungodegenza.
Alla mensa c’è odore di urina e di minestrina, lo stesso odore che c’era là e allora quando Giovanni faceva l’infermiere a Genova, all’ospedale psichiatrico.
Giovanni non vuole mangiare, gli operatori lo imboccano con scarsa pazienza. Giovanni è angosciato, Giovanni si aggira la notte, lo legano al letto e di giorno resta per ore bloccato sulla carrozzina se gli operatori sono impegnati altrove.
Giovanni non riconosce i suoi familiari ma Giovanni ricorda ancora com’era il manicomio, lo vedo, mi vede e mi dice dottoressa li andavamo a prendere ubriachi, c’era Gualtiero che dipingeva con la cacca e Giovanni se la fa nel pannolone.
Giovanni non ha più memoria non ha più storie e oggi Giovanni lo racconto io che non si cancelli nel tempo che fugge, nel tempo bianconoglio che corre ho fretta ho fretta e si porta via le parole attraverso lo specchio dei giorni.
Giovanni, il tempo che va di fretta…
Giovanni, Alice è l’anima che ti aspetta.
C’era una volta mia nonna.
La madre di mio padre, io l’ho conosciuta. Mi preparava l’uovo sbattuto con il cacao, e le torte nei pomeriggi d’inverno, quelli lontani dal cambiamento climatico, quelli con la neve e la speranza accesa nel camino.

Ricordo il suo mento volitivo, il suo corpo snello ma possente, elegante, lo sguardo profondo e i bei capelli. Non posso dire che avesse una particolare predisposizione per me, d’altronde aveva più di venti nipoti!
Dall’incontro con il nonno fino alla morte, questa brava signora (non più signorina) avrebbe sfornato ben tredici figli – tralasciando quelli deceduti in tenera età. Una sorta di gara, cosi mi hanno detto, con la sorella più feconda: chi ha vinto? Decretiamo parità, o forse non si sa… forse noi siamo i vincenti, noi che siamo nati e ancora siamo tessitori di storie verso il futuro – i figli delle figlie e dei figli di nonna Angela, a nostra volta con figli e figlie o senza ma con la speranza del dire e del fare.
La brave signorine nella fotografia. Angela e le sue sorelle. Abitini fine anni Venti, perle perline e ancora una volta a chi la racconta Madama Dorè? La bisnonna matrona imponente. Il bisnonno col baffo prestante. C’era il regime, inutile mentire, c’era qualcosa che volevo dire ma l’ho dimenticato nelle trame del senso, il filo nel cassetto si è aggrovigliato. Sciolgo i nodi dei decenni, cucio scissioni alle rimembranze. Ogni gesto, ogni passo compiuto accende il lumino sulla via dell’essere oggi individui coscienti.
V.
Questa condivisione non è una favola. Vietata la lettura ai minori di anni 14! Favolesvelte si fa hard and dark, noir and thriller, per presentare una per una le recensioni al romanzo “Non è colpa mia”, edito da Golem.
“Non è colpa mia” è un thriller psicologico di Valeria Bianchi Mian, scrittrice, poetessa, psicologa e psicoterapeuta junghiana, edito da Golem nel 2018.
Trovate questa recensione e molte altre – storie, immagini – sul sito CULTURA AL FEMMINILE, ideato dalla stessa Emma e vivacizzato da una serie di penne con la A.
https://www.culturalfemminile.com/2018/11/02/non-e-colpa-mia-di-valeria-bianchi-mian/
BUONA LETTURA!


Passano gli anni ma io resto sempre la stessa ragazzina, un po’ Puer e un po’ Saggia, volo e plano con moto regolare, abito laggiù e lassù, in fondo all’anima. Per me e per tutte le amiche, e gli amici, che compiono gli anni oggi… vi racconto…
L’ANGELO DEI COMPLEANNI
Favolesvelte, Golem Edizioni, 2015)

VALERIA BIANCHI MIAN/2014