THE BOYS OF SUMMER HAVE GONE – poetica del ritorno a casa

Un tempo erano le fotografie delle vacanze, le diapositive da mostrare alla cena di rito. Gli amici radunati intorno al fuoco delle cose che io temevo non sarebbero più tornate, perché la nostalgia mi ha sempre fatto dei brutti scherzi, donandomi la facoltà di immaginare la morte ogni giorno. La mia, la tua, la vostra. Siamo già terminati tutti, uno dopo l’altro, ed è per queste reiterate fantasie macabre che da ragazzina ho davvero imparato a vivere con fervore e sentimento ogni attimo, stupita nel ritrovare la bellezza anche domani.

“L’anno prossimo avrai un’estate ancora più bella” – lei aveva i capelli rossi, una gran massa di ricci, e lentiggini sulla pelle. Non mi stava simpatica. Voleva fare la maestrina con me soltanto perché era più grande di sei anni e in qualità di ventitreenne credeva di avere il mondo in mano ma era sabbia – granelli tra le dita della rossa e delle mie.

Granelli che scivolano via. 

Dicono che le farfalle abbiano vita breve, ma io ho un rapporto privilegiato con i Lepidotteri. Mi chiamano, mi cercano, si posano spesso su di me. Si fanno trovare per un incontro al buio, oppure mi aspettano sul bagnasciuga, stracciate dalla mareggiata – le ali divelte, meravigliose anime tremanti come foglie eppure ancora desiderose di volare – perché io le raccolga e le tenga in mano nel tepore della morte. Le vedo, nonostante la miopia. Le sento, nonostante la mia mezza sordità. Non ditemi “stai prendendo questa faccenda un po’ troppo sul personale”, oppure “è un caso, non è una cosa certa”, perché vi assicuro che io e le farfalle, soprattutto quelle notturne, ci avviciniamo con delicatezza, senza giudizio, in percezione crepuscolare.

Conosco il fruscio del posarsi, lieve di un volatile sull’effimera bellezza – la meraviglia del fiore aperto al sole e dell’infanzia in atto. L’alchimia come mescolanza intrepida e sapiente di casualità, poiché incrocio non causale è la danza del “solve et coagula”. Una questione di istanti da cogliere con grazia – sapienza è l’attimo – poiché basta soltanto una piccola mossa, un’increspatura, e Mercurio è già altrove, è altrimenti, è altro da sé.

Passeggio tra gli ulivi – un esercito scomposto di cavalieri e la corte del re. Centinaia di anni di rughe, la mia stessa corteccia nei secoli dei secoli, il frutto che è fonte di un olio che ha foce nel capo divino, tra i riccioli d’oro di un Dio, tra il pane spezzato nel vino. Centinaia di anni di legno cresciuto in silenzio, strisciando nel senso di pace. È un legno che arde in me, brace.

Il volo e l’albero, uniti nel ritorno a casa.

Ulivi centenari a Cap Martin, France/august 2017

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Foto Luciano Borgna/io a Cap Martin/agosto 2017

 

 

 

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