APOLOGIA DI BRIDGET JONES

Da ragazza ho visto soltanto il primo episodio di una “saga” anti-eroica che in queste ultime serate ho letteralmente divorato. Ovvio: come non riconoscersi – la maggior parte di noi – in questa tizia allucinante, caotica, tutta anima e cuore, con un pensiero a dir poco “laterale”? Forse sarebbe meglio dire “pensiero a zig zag”. Sono sicura che la mia amica Vali sarebbe d’accordo con me nell’identificare alcuni atteggiamenti di Bridget come #valitudini. Ma Bridget si chiama Bridget e non Valeria.


In ogni caso, lei spacca, e spacca soprattutto nell’ultimo episodio, per quanto mi riguarda. Sarà che alla fine con i suoi 50 e passa anni e una fulgida maturità che ha attraversato dolori di vario genere è finalmente diventata grande, adulta, ma senza perdere i suggerimenti del Puer creativo.
Quando, fanciulla, avevo visto il primo episodio, mi ero proprio scocciata: è possibile che le donne non possono essere concepite senza la compagnia di un uomo?


È possibile che le relazioni vengano viste come la salvezza, la necessità, un obbligo assoluto nella vita di ciascuno di noi?
E questo vale per uomini e donne: la relazione non deve essere una condizione sine qua non, altrimenti finiamo per ficcare chiunque dentro il nostro schema, contenitore ideale, nella sagoma predisposta per accogliere il “qualcuno del quale abbiamo bisogno”.
Se ti innamori, se a un certo punto un uomo o una donna ti coinvolgono, allora puoi pensare alla relazione. Ed è quello che capita al maestro col fischietto, il professor Wallaker, interpretato da Chiwetel Ejiofor, nell’ultima puntata della grande “cerca del Graal”. Lui non ci penso proprio alle relazioni, sta lì tranquillo e si dedica completamente a una vocazione professionale. Ma poi incontra lei… Bridget.


Se i primi episodi fanno scompisciare dalle risate, scusate l’espressione, l’ultimo qualche lacrima la suscita, è inevitabile – la morte del papà, la morte di Darcy – che poi… per i fan di Jane Austen “Darcy” non è un nome a caso.
Alla fine, la ami. A parte qualche caduta di stile un po’ banalotta, l’idea di questi diari che come in Orlando di Virginia Woolf attraversano i decenni (nel caso di Orlando addirittura i secoli), un po’ come con i “Diar” di Anaïs Nin, ma senza la stessa realtà creativa, ecco, questa idea ci rimanda alla scrittura come cura, come terapia, alla scrittura nata dall’intelligenza naturale – senza artificio. Alla scrittura personale che non ha bisogno nemmeno di diventare libro, di essere pubblicata, di farsi vedere, di mostrarsi di scimmiottarsi nelle presentazioni di qualche ultimo romanzo scritto da noi, scrittori e scrittrici.
Ci rimanda ai quaderni (vero, Giulia?), alla narrazione animica.


Quindi, per tirare le fila: viva Bridget!

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