FILASTROCCA DELL’ASSASSINO – storiaccia

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Signora sul giornale – matite e pennarelli

Questa sera vi racconto una favola cattiva, cattiva come la follia. Nel progetto #365favolesvelte del 2014, su #365 storie quasi la metà erano nere. Nerissime. Le troverete tutte nel libro. Nel frattempo, ecco a voi la “Filastrocca dell’assassino”. Con disegnino.

 

Mi cerco nel Nero ma sono straniero

straniero a me stesso, sono l’ossesso.

Apro la porta: c’è una donna morta

c’è un grosso ragno che grida nel bagno:

“Non è colpa mia! Chiama la polizia!

C’è sangue dappertutto! Oh, farabutto!”

Son io il farabutto, ricordo tutto.

Son io nel bagno, sono quel ragno.

L’idea della coppia da sempre scoppia

tumori di storie nelle mie memorie.

Le sue mestruazioni, le situazioni

che prima è il dovere e poi vien piacere.

Minestra scaldata per ogni menata.

Di chi è questa casa che pare invasa

da mosche, blatte e creature losche?

La vita che langue, la femmina esangue?

Il Nero mi coglie: oh, adesso son doglie

ché quel che mi cresce dentro poi esce.

È un mostro, è il rosso, è la morte, è osso.

“Adesso, suvvia …

Venga con noi.

Polizia …”

FILASTROCCA DEI MOSTRI – indovinello

Nel libro – che uscirà per Golem Edizioni – troverete tre indovinelli in filastrocca.

Questo qui, invece, l’avevo scritto su Faccialibro qualche mese fa. Facebook, dai.

Siccome nei meandri dei social tutto va perduto, lo archivio.

Per tutti coloro che non conoscono la risposta, in Verità – in Verità vi dico che troverete la stessa dentro di voi. Non lo dico solo io, eh… Cito, e pure un po’ a casaccio.

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Ecco il mostro a due teste
lui è una vera peste
che tosto ti boicotta
– ed ogni cosa è rotta.
È la Contraddizione
di ogni tua situazione
che parte bene e crolla
– di certo lui non molla.
Ecco il mostro fetente
forse il più irriverente:
tra i mostri con perfidia
si fa chiamare Invidia.
L’erba del tuo vicino
tinge d’un verdolino
che sembra grigio smorto
poi chiede: “Ho fatto un torto?”
Ecco che vien Pigrizia
al braccio di Mestizia
– che loro son sorelle
ma non puoi dirle snelle
con quei due culi grassi
pesanti come massi.
Dormono tutto il giorno
scrutando il buio intorno.
Dicono: “Non c’è scopo…
Dormiamo ancora un poco…”
Se penso ai miei difetti
io vedo te: perfetti
in imperfetto “umano”
tutti dotati d’ano
di cuore e di cervello
siam di Vita il modello.
Presi tra merda e altezze
vogliamo far bellezze
dei mostri irriverenti
ma li sputiam dai denti.
Eppur mutiamo, piano
se il mostro più villano
scalpita e grida: “Nuda!
Mangiami tutta, e cruda!”

 

P.s. – chi è questo mostro?

Risposta: qual è il titolo del quadro di Gustav Klimt al quale si ispira il mio schizzo a penna?

 

TUTTA COLPA DI FATO – storiaccia

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* Fato e Mea *

Sono davvero molto felice di essere tornata a scrivere qui, e di potervi regalare (di poterci regalare) sempre nuove Favolesvelte!

In questi giorni sto pensando al procedimento alchemico come metafora della scrittura. Ogni nuova storia, ogni progetto che nasce è un incontro creativo tra istanze opposte. Così come avviene nel laboratorio dell’alchimista, tutto ciò che si genera nella nostra mente occorre, ovvero avviene per mezzo di un avvicinamento di differenze. Può essere guerra o amore, battaglia o bandiera bianca, ma l’importante è saper dosare le distanze.

Ed ecco, mettendo insieme due elementi opposti, quali ad esempio Fato e Colpa mi nasce una storiella, anzi una storiaccia che parla di…

C’era una volta un bambino di nome Fato.

Per canzonarlo, i compagni di scuola lo chiamavano Fatino, come il Fatino Turchino, mentre i professori si sbagliavano sempre e gridavano “Fatto!” ogni volta che facevano l’appello, o “Misfatto!”, se una banda di monelli combinava un guaio durante le ore di lezione.

Fato era triste perché nessuno dei suoi compagni voleva giocare con lui. Qualcuno lo chiamava in causa solamente per dargli la colpa dopo una marachella:

“Tutta colpa di Fato, se il quaderno dei compiti è ridotto in cenere! Io ero distratto quando lui s’è messo a giocare con i fiammiferi.”

“Ma no, signora maestra: è stato Fato a far cadere Pinuccio, non sono stato io! La mia gamba si è mossa involontariamente, ma è stato Fato a spingerlo per terra.”

Insomma, per il povero scolaro la scuola era diventata peggio di un incubo. Non che le cose gli andassero meglio a casa o in città. Parenti, amici e conoscenti lo additavano in continuazione, lo insultavano e se la prendevano con lui attribuendogli la causa di qualsivoglia problema.

Povero, piccolo Fato. Persino la sua mamma gli gridava contro: “Maledetto Fato! L’arrosto è da buttare! Mi ha telefonato la Maria e non ho sentito la puzza di bruciato!”

Un giorno che era particolarmente triste e se ne stava lì seduto sconsolato sopra un muretto – perso nel dilemma: “Mi butto giù o non  mi butto giù?” – gli si avvicinò una bambina.

Dal momento che anche lei non sembrava una tipa molto allegra – in effetti, stava piangendo a dirotto – da personcina sensibile qual era, e aspettandosi, come sempre, un’attribuzione di colpa da parte della nuova arrivata, Fato se ne preoccupò immediatamente, dimenticando per un attimo il desiderio di farla finita.

“Chi sei?” – domandò.

La bambina tirò su col naso e lo guardò con due bellissimi occhi lucenti e neri: “Mi chiamo Mea. Mea di nome e Culpa di cognome. Facciamo amicizia?”

E così fu: amici e compagni di vita, sostegno l’uno dell’altra. Se qualcuno osava dire: “Colpa di Fato!”, la piccola Mea saltava su come una molla e bastava un suo sguardo a zittire il malcapitato di turno. Se qualcun altro non riusciva a smettere di piangere, accusando se stesso di tutti i malanni del mondo, gridando: “Mea Culpa! Me tapino!” – ecco che Fato si dava da fare e con un sorriso di qua e una pacca sulla spalla di là faceva sì che ogni dolore si mostrasse in un’ottica diversa, più equilibrata.

Dal giorno in cui si incontrarono, i due bambini divennero inseparabili, ma così inseparabili che poi, da grandi, decisero di mettere su casa ed ebbero tre figli: Libero, Sincronico e Non Lo So.

TONINO – il lupo mannaro

A volte ritornano. E ritornano contenti di ritornare. Ritornano i lupi mannari, i vampiri, le principesse. Tornano a casa persino i figlioli, prodighi di attenzioni per i genitori. Arrivano i viaggiatori, le navi, le armi e i bagagli. Ed ecco, ci sono anch’io. Valeria Bianchi Mian. Sono ritornata, qui, adesso.

Favolesvelte è stato un contenitore-mondo, un sogno pieno di storie, un racconto di 365 giorni. Sta per diventare un libro, Favolesvelte. Un libro illustrato edito da Golem Edizioni. Uscirà in primavera, arriverà insieme alle rondini. Alle margherite. Alla voglia di mare.

Nel frattempo, ho deciso di ricominciare a raccontarvi storie.

 

 

(Marzo 2015 – storiella liberamente tratta da un racconto di paese)

Bisogna stare attenti, dicono i vecchi, perché se una vipera ti morde puoi diventare un lupo mannaro.
“È capitato anche a Tonino, il figlio del droghiere”, ricorda il mio prozio e trema da capo a piedi nel narrare la vicenda, poiché la faccenda, ben nota nel borgo, non è stata priva di conseguenze.
“Il negozio fallito, gli psichiatri giù in città, far dentro e fuori dagli ospedali, e Tonino chiuso in casa ad ogni luna piena… E dire che sarebbe bastato estirpare la radice, strappare via la testa alla vipera molesta.”

Ma la serpe morde e scappa, non può esserci vendetta; non c’è cura per la voglia di ululare e la paura.
“Stai attenta quando passi per la strada dentro il bosco, guarda bene che tra i sassi non ci sia la maledetta. Stiamo all’erta tutti quanti, ché le vipere ti cambiano per sempre.”

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