MENTRE ASPETTI – favola per non perdere tempo

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Dove sono i tuoi sogni di bambina? Che cosa immaginavi di diventare quando da piccola, seduta alla finestra, ti perdevi nel vano futuro, in un vago sognare? Sei soddisfatta di te, oggi? Lo chiedo a te, a me, a noi tutte. Poesia per bambine, signore e signorine.

Mentre aspetti
arriva una mosca

una mosca
arriva volando,

si ferma di colpo
in tela di ragno

si avvoltola tutta
gira e rigira

grida: “Accidenti,
ho sbagliato la mira!”

Mentre aspetti
passa una nube

porta pioggia,
grandine e scuse.

Si scusa davvero,
ha distrutto il grano

ma poi subito corre
lontano, lontano…

Mentre aspetti
è già primavera

che bacia l’estate
sul far della sera.

Mentre aspetti
passa una donna

che prima era bimba
e poi si fa nonna.

Mentre aspetti
di vivere sappi

che Tempo scorre
a grandi passi.

[Favolesvelte, Golem Edizioni, 2015]

SULLA MUSICA – piccola riflessione

Vi racconto il mio difficile rapporto con la musica.

Lo so, lo so che voi ‘non si può vivere senza’ e la fate facile. Per me era un macello e solo adesso, alla veneranda età di ‘anta’ e tot. posso dire che me la godo con lei. Non ancora completamente, in ogni caso. Ma ci avviciniamo. Che la sordità (oltre il 50% da entrambe le orecchie) non mi aiuti, è ovvio. Ascoltare musica mentre studio e lavoro è impossibile ancora oggi, perché mi confonde, mi crea agitazione e mal di testa. Per ascoltare musica devo ascoltare e basta, appunto. Concentrarmi. Oppure camminare con calma con le cuffiette nelle orecchie. Con le parole non funziona così. Scrivo dappertutto e in ogni momento, in tutte le occasioni stagioni situazioni. La parola ed io siamo amanti appassionate. Mi arrivano le parole. Mi toccano. Mi coinvolgono. Con il disegno ho faticato un po’ di più, ma con l’aiuto di amiche e amici artisti, fidanzati geniali nel tratto, mamma e papà con il pollice della traccia… piano piano nel tempo sono arrivata a esprimermi senza timori. Negli ultimi anni ho illustrato quattro libri, compresi i due che devono ancora uscire, per tre case editrici molto valide. Quindi. Qualcosa vorrà dire. Ma la musica. La musica è quella cosa per cui il maestro Da Barp (da barb…) al Conservatorio bacchettava una me tredicenne perché non capiva non sentiva non voleva e aveva la mano storta ed era in conflitto con la chitarra. Non ero portata, punto. Io dico che mi avevano accettata per sbaglio. Un errore. La musica è quella cosa dei baci in discoteca e degli amori finiti. Quella cosa dei momenti più belli e più intensi, certo. Ascoltando adesso le compilation della mia giovinezza, ricordo a memoria ogni brano. Perdere la testa nel corso degli anni per uno due tre musicisti, come se questo man mano mi potesse approcciare alla faccenda. Illusione. Mi è capitato, lo ammetto, e nella scarsa lucidità della passione reciproca con uno di questi musicanti musicali ricordo il vortice creativo di una Milano magica. Ma la musica non era mia. Era sua, di lui, con lui, per lui. Insomma. Non ho ancora trovato la quadra. Riuscire a collaborare con gente che fa musica, beh. Già mi riconcilia. Mi placa. Però ascolto mio figlio improvvisare canzoni del tipo “i miei gatti sono matti” al violoncello. Con l’andi del jazzista a otto anni. E penso che forse non tutto è perduto. Poi corro lungo il fiume ascoltando pezzi da Novanta, con Cindy Lauper nelle orecchie che mi dice che le ragazze vogliono solo divertirsi e penso che le ragazze in realtà vogliono un sacco di cose.

Rewind.

PLAY!

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GLI ODORI – poetica di madre

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Gioco con il mio bambino
sulla strada che porta alla scuola.
Quali sono gli odori che ami
i profumi, non le puzze, a Torino?
Quando è calda la pizza
il formaggio che cola;
io ribatto con l’erba tagliata
ma non scordiamo la farinata.
Le rose al Valentino,
quella rossa un po’ violetta, carnosa
quella in mezzo, che tra rose è La Rosa
poi falafel e kebab arrotolato
grida lui, il dito alzato controvento
annusa ciò che fa l’uomo felice
il mondo che vive, contento
di avere a che fare con l’odore
del tempo da godere appieno
senza timori, nonostante tutto
nonostante il disgusto assassino
nonostante l’uomo stesso, farabutto.
Scrivo al volo senza metrica
e senza pensieri parlo degli odori
buoni – trascuro i segni marci
prendo l’alito dei gatti al mattino
colgo residui di croccantino
e la pelle di questo mio bambino
quando lo sveglio in autunno
per la colazione, i marroni cotti
i funghi, i tartufi, le foglie, i frutti
il fiume quando gli corri al fianco
narice che a Torino per caso
a volte inspira casa – la tiro su
dal naso – peccato che il gioco
dei sensi sia finito.

Comincia il nuovo giorno
dentro e fuori porto il buono
ancora un poco.

 

Valeria Bianchi Mian

 

 

FATE (LE STREGHE) – per la cura del mondo

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Le piccole cose
il respiro dell’acqua
la terra con l’aria
al centro, l’arché

(prima che sia
l’ora
che il dopo
non c’è).

#vita

Il mondo va curato briciola dopo briciola, passi passetti, passerotti. La terra è la madre sulla quale cammini, non hai bisogno di correre, mastica a bocconcini. Grato puoi essere per la minuzia, non divorare, non correre… gioca d’astuzia. Ascolta la vita e segui la via che porta al centro di casa tua – la stessa casa che è nostra, loro, mia.

V.

 

 

UNA STORIA DI MANICOMI E DEMENZA

Innanzi tutto voglio ringraziare tutti coloro che seguono ormai da anni questo BLOG. Siete in tanti e io non ricambio abbastanza – il mio limite è il TEMPO e me ne cruccio.

Vi voglio raccontare una storia. Una storia vera, è la vita di Giovanni – un paziente che ho incontrato anni fa in una struttura. Ero tirocinante psicologa. Poco importa se il TEMPO mi confonde oggi le idee e non ricordo bene il nome del manicomio nel quale Giovanni aveva prestato servizio come infermiere. Non occorre essere precisi. Poteva essere Quarto – edificio oggi abbandonato alle erbacce e riscoperto dai festival di musica e poesia – oppure no. Ovviamente Giovanni non si chiama Giovanni, ma forse Giorgio o Gilberto o… Il fatto è che adesso Giovanni ha dimenticato ogni cosa a causa dell’Alzheimer, e allora questa storia la racconto io.

Così come l’ho raccontata alla Luna’s Torta a Torino due sere fa, nel corso della bella serata di gara narrativa – Story Slam – organizzata da Alessandra Racca e Arsenio Brav’uomo (senza apostrofo, ma con apostrofo è il top).

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Fotografia di Christian Baldin

 

Che fretta c’era
Lungo i corridoi
La gente affacciata alle porte che non sapeva se uscire o rimanere chiusa dentro
Come era sempre stato prima
Quando tutto era sotto controllo, quanto tutto aveva un ritmo cadenzato scalpiccio e ogni minima uscita dalle righe veniva riportata all’ordine…
Che fretta c’era
Nel cortile
Le divise smesse i ruoli alla rinfusa i vestiti a colori le voci le grida
Che non capivi più chi era chi, e il visitatore non era in grado di distinguere il medico dall’ammalato, il savio dal folle.
Ma che fretta c’era?
Perplesso, il dottor Zeta osserva il suo ospedale dalla finestra al primo piano, mentre Giovanni non ha risposte. Piuttosto, per Giovanni è impellente capire cosa fare con Anna, che è tornata ubriaca fradicia dalla campagna, il corpo pieno di lividi. La si può far controllare se è stata stuprata? Giovanni vuole anche sapere come gestire Gualtiero, che non potendo più stare cucito nel letto – zitto e mosca – la coperta con le cinghie, si dedica alla pittura dei muri delle case limitrofe in gradazioni di merda. A Gualtiero, artista mancato, o artista a suo modo, gli piace colorare il mondo con la cacca. È per questo che
lo hanno rinchiuso in manicomio da bambino.
Giovanni è contento di questo cambiamento, la 180 è una conquista e adesso anche lui, infermiere grande e grosso, può cominciare a comunicare. A dire la sua. Non è più solo un ubbidire agli ordini. I medici chiedono addirittura la sua opinione nelle riunioni d’èquipe. Abituato alle maniere forti ma anche dolci, non così convinto che le centinaia di docce gelate che ha somministrato negli anni siano davvero servite a far smettere Pino, a non fargli più sbattere la testa contro il muro. A sedare Giorgio che con la bava alla bocca picchia ancora duro, picchia sempre a tradimento.
Giovanni mi racconta le storie del passato, la sua memoria a lungo termine non è compromessa, a tratti. Lui narra e io ascolto. Gli faccio domande, cosa è accaduto poi a Gualtiero? Il poliziotto lo ha riportato a casa – la sua casa è stata sempre e solo il manicomio di Quarto perché lui una casa non ce l’aveva più – tenendolo a debita distanza perché puzzava.
Giovanni racconta e passano gli anni, lo accompagno in giardino lo faccio parlare. Primavera estate autunno inverno… Giovanni scappa se gli lasci il cancello aperto si fa incontinente Giovanni…
Dottoressa, mi dice, che fretta c’era quella volta che è cambiato tutto, quella volta che dovevamo aprire la porta al futuro e chiudere con il passato.
I ricordi di Giovanni si cancellano velocemente, si cancellano giorno dopo giorno.
Dal centro diurno Alzheimer viene portato su alla lungodegenza.
Alla mensa c’è odore di urina e di minestrina, lo stesso odore che c’era là e allora quando Giovanni faceva l’infermiere a Genova, all’ospedale psichiatrico.
Giovanni non vuole mangiare, gli operatori lo imboccano con scarsa pazienza. Giovanni è angosciato, Giovanni si aggira la notte, lo legano al letto e di giorno resta per ore bloccato sulla carrozzina se gli operatori sono impegnati altrove.
Giovanni non riconosce i suoi familiari ma Giovanni ricorda ancora com’era il manicomio, lo vedo, mi vede e mi dice dottoressa li andavamo a prendere ubriachi, c’era Gualtiero che dipingeva con la cacca e Giovanni se la fa nel pannolone.
Giovanni non ha più memoria non ha più storie e oggi Giovanni lo racconto io che non si cancelli nel tempo che fugge, nel tempo bianconoglio che corre ho fretta ho fretta e si porta via le parole attraverso lo specchio dei giorni.
Giovanni, il tempo che va di fretta…
Giovanni, Alice è l’anima che ti aspetta.