Un mio piccolo sempreverde, a dimostrazione del fatto che anche su Facebook, volendo, si può mantenere vivo un ricordo che, per quanto doloroso, diventa ex voto all’ironia della vita e della morte.

Fotografia di Luciano Borgna e Valeria Bianchi Mian con nave pirata in lastra fotografica e negativo di Polaroid
Sono una miracolata, devo ammetterlo, altrimenti detta “donna con culo” (in bicicletta). Scusate il termine. Per fortuna, diciamo, non mi è terminata la vita. Ho afferrato la mano della Dea Bendata per un pelo, il 19 settembre di molti anni fa, all’angolo tra Corso Potenza e Corso Regina Margherita.
Me lo sono rammentato, questo fatto insindacabile, per via di un post che sta girando su Facebook.
Nella foto di copertina dell’articolo si vede una bicicletta sfrantecata sotto un tir.
È un evento strano da raccontare, parrebbe quasi una frase da mitomane o da prezzemolina, mentre invece è la realtà: è capitato anche a me.
Il tizio della fotografia non può più dire una parola, non può narrare come ci si sente nel ruolo della polpetta.
A differenza del ciclista morto spiaccicato, io posso ancora scrivere di come quel grosso camion con rimorchio mi rimorchiò nel controviale, agganciando il mio mezzo e trascinandomi per qualche metro, “mangiando” il mio corpo nel mettermi sotto, inglobandomi tra la cabina-guida e la struttura di metallo che collega le prime ruote a quelle che seguono- ma quanto è lungo un tir? Chilometri e chilometri in viaggio e poi basta un centimetro per scrivere la parola fine.
Ho ancora la lingua per dire che percepii colpi di martello sopra ogni vertebra – come nella canzone del Faber, “contava le vertebre della mia schiena” – fino al “crack” di un’apofisi trasversa.
Ho modo di ricordare che quella santa della mia bicicletta si trasformò per me in capanna, piegandosi a “V” rovesciata, proteggendomi tra manubrio e sellino.
Vennero a prendermi con due barelle, convinti di trovare soltanto dei pezzi di puzzle da ricostruire o da buttare dentro una fossa. Ma no. Mais non. Mais fantastique! Ne uscii fuori abbronzata come prima e quasi illesa, vertebra a parte, muscolo spezzato permettendo. Avere culo non è un eufemismo.
Mi ricordo che ebbi la forza di insultare il conducente del tir: “Maledetto, la freccia, la freccia!” – e di sentirmi dispiaciuta perché quella sera avevo un appuntamento a cena con il mio tatuatore.
Non fu colpa mia, l’incidente; sia chiaro. Eppure, testimoni purtroppo non ce n’erano, a parte una Madonna che, sorridente nella sua nicchia proprio al centro della curva della muerte, allargando le braccia pareva dicesse: “Vedi di ricordarti di me, balenga!”
Non fu colpa mia, anche se quel pomeriggio ero un po’ distratta.
Pensavo al caso clinico che si era presentato poche ore prima al Centro Adolescenti. Una ragazza di nome Paola, in cerca di una firma per poter diventare Paolo. Tirocinante fresca di professione, io non potevo firmare un bel nulla. Mi ero limitata ad ascoltare la sua storia, un racconto fatto di “Paola deve morire. Io voglio il pene, sono un maschio!”, di genitori seguiti da anni dalla Psichiatria Adulti – madre depressa e padre schizofrenico, da tempo ricoverato in clinica – di fratelli morti in tenera età. Una storia spessa, dura, sconvolgente nella sua potenza.
Insomma, all’angolo tra Corso Regina e Corso Potenza ero immersa nelle mie riflessioni, però quello stronzo non ha messo la freccia. Punto. No freccia. Capito?
Per mesi mi sono svegliata urlando, sudata fradicia nel cuore della notte, eppure ho superato le mie paure riprendendo a pedalare. Hai voluto la bicicletta? Vivi? Vai!
Con la Madonna ho un mantenuto un rapporto personale, intimo, che non ha nulla a che fare con la religione cattolica. Ma questa è già un’altra storia.
Valeria BM