LA SCRITTURA COME CURA

Non so se mio padre fosse orgoglioso di me o, per lo meno, abbastanza contento del risultato.
Un 110 e lode con menzione non si ottiene tutti i giorni. Nessuna dignità di stampa, d’accordo, ma da quella Tesi che sfoggiava un titolo già particolare avrei poi ricavato decine di spunti per altri saggi e altri articoli. “L’androgino femmina: percorsi di trasformazione alchemica”, una cosa al limite del delirio, un testo che solo uno come Gian Piero Quaglino in piena botta di passione junghiana avrebbe potuto accettare e sostenere così intensamente, tanto da sollevare le sorti di parecchi punti.
Insomma, mio padre era lì, mezzo sorridente e al contempo chissà dove con quel pensiero sempre un po’ critico. Sempre tanto pieno di possibilità ma troppo attivo per soffermarsi su un’idea specifica e svilupparla davvero oltre un certo grado di realizzazione senza passare Oltre/Altro a bordo della nave dell’ansia.
Il mio stesso limite, un difetto con il quale mi relaziono da sempre. Qualcosa però, dopo averla concretizzata, io la sto nutrendo ogni giorno per non farla morire. La scrittura, per esempio. Ancora di salvezza nel mare della dispersione.
Scrivo per dare al Matto gli abiti con i quali gira il Mondo.

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