TOTENTANZ – poesia non bellica

Febbre del vivere contemporaneo
oltre la soglia d’ogni cura
oltre il livello di ogni cultura
febbre che sale siam pronti a saltare.
Dici ad Aleppo nessuno ci pensa.
Dici son tutti scoppiati a Berlino.
Dici la Russia non è tra i paesini
persi tra i monti senza i confini.
Febbre del mondo contemporaneo
oltre la porta ci passa la Morte
oltre la sera si giunge al mattino
d’un campo di sangue e fiori di sale.
Dici la colpa è dell’occidentale.
Dici la colpa è degli arabi armati.
Dici le gesta di eroi condannati.
No, non mi piace la guerra mondiale
No, non accetto il tuo invito a ballare.
Bergman lo disse: si salva soltanto
colui che fa il Matto, ed è savio giullare.

Sette sigilli per un girotondo
ma sul carrozzone io cullerò il mondo.

Valeria Bianchi Mian

POESIA PER UNA VECCHIA TRANS

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D. mi permette di fotografarle le mani

—

Alla tua faccia sfatta e agli artigli ben curati
abbini una Madonna delle Sante Capesante.
“Maria, pettina il mio Male in fondo al mare
nel dolore vivo dei sessantadue e passa!
Mancano tre anni e poi andrò in pensione.
Sto in attesa del miracolo nel ventre d’agonia.”

Monca sarà Morte, poiché tu già sei donna
in barba ai maledetti che usano la “O”.

“Ti pare alla mia età dover giustificare?”

In men che non si dica, tu piangi e ridi
e piangi sulla messa in piega del tuo Io.
Mi chiami per un tè al gusto nero kitsch.
Mi vuoi accoccolata nei minimi dettagli.
Dei tuoi Non Compleanni sono io l’Alice
che coglie pezzettini di magico biscotto
e cuoce le tue storie, e cuce i versi sparsi.

 

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Madonna delle Sante Capesante

 

Ma chi è questa persona?

“Sessanta e più anni di vita senza fissa dimora, poi la casa popolare e quel minimo di invalidità. D. è una transessuale non operata. D. ha il volto di un Elephant Man, ha lo sguardo frantumato dal silicone che sotto la pelle si è fatto cemento. Non può più mangiare, non può più muovere la bocca. Le parole escono dagli interstizi tra i denti neri e diventano nenia…”

A D. avevo regalato anche questo racconto:

I RACCONTI DEL CAPPELLO/Mostruosa

 

 

 

 

TRE POESIE SALVATE DA FACEBOOK

TORINO/1

Torino sei bella – pensavo

tornando a casa dal Carrefour –

con quell’aria francese e la puzza

sotto il naso. Il mio naso annusa

il tuo odore cosmopolita

in ogni anfratto, si gode il profumo

che ha nome “le monde”

quello che i marciapiedi di San Salvario

vestono al meglio. I tuoi isolati

in armata si fan centro, snodano

vie pronte per uscire a ballare.

Il mio naso è sveglio, teso; unico senso

che mi funziona, che va a meraviglia.

E così riconosco ogni minima

variazione sul tema “cibo internazionale”

(che va cuocendo in ogni tuo angolo).

Gli ingredienti base, gli elementi

la pizza, la bagna cauda, le patatine

il kebab, le merde di cane

e di essere umano d’ogni nazionalità.

Le alghe verdi crepitano – creeping

creatures – le gru svolazzano, i corvi

gracchiano, la gente ridacchia, io scrivo

di te per dirti che oggi sei bella.

Non ti amo più in novembre

e vorrei tradirti con una città di mare

tipo Genova o Marsiglia, per capirci.

Costretta nel tuo smog che odora

di salame, passerò l’inverno a ricordare

quanto sei bella oggi pomeriggio.

In Via Ormea chiacchiero spesso

con le ragazze che sostano agli angoli

in ogni stagione – e ti respirano

senza sosta, mentre i ragazzi nerissimi

si nascondono tra le auto ogni volta

che passa e se ne va la polizia.

Non è cambiato nulla, ma tutto

proprio tutto va avanti mutando.

Ed ecco son tornata, sono con te

– e dire che un tempo fui milanese –

e allora, d’accordo, va bene: stasera

decido di decidermi a disfar le valigie.

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NERONE/2

Dimmi ferro, Nerone,

bacchetta rovente per il mio barbecue

– son io la carne, sei tu.

Sul tuo sesso m’innalzo

– Santa Teresa! – sono un aliante.

Dimmi guanciale e silenzio,

velo di pube, il bacio è possesso,

amante.

Mai fu visto spettacolo più commovente.

Con un accendino potresti abbagliare

la gazza ladra, ma,

se punti il mignolo fuori città, Nerone,

vedi dodici vergini mansuete

e una tavola imbandita per l’occasione.

Siamo bambine che vanno a memoria

tra vecchi professori invasati

di nuvole e guerra, pedanti

– forse un poco pederasti.

Nerone, tu non vuoi fanciulli in rima

che bacino le strade a senso unico.

Indica et impera.

Una poesia è roba da pazzi, se appicco

io, per te,

il più devastante incendio che si possa

immaginare.
(1992)

 

NO MAKE-UP/3

L’intimità nei Social è il paradosso

che ci rende in qualche modo coinquilini

sempre che noi non si giochi al travestire

nomi cose città, a travisare il viso

della Persona su misura, smagliante

perfetta, senza nei, senza smagliature.

In #autoscatto mattutino sincero

ogni tanto il mio Io è favorevole

al buondì facile, al caffè virtuale.

Nonostante i malumori, il referendum

i contatti avvezzi al troppo flame, gli amici

che non vedi da anni, ma qui su Facebook

ti like-ano spesso, Verità nei Social

può accadere – come adesso a dire

guardate che il mezzo cambia, eppure

abbiamo un’anima ed è allergica al make-up.

 EPILOGO

Nella barbarie collettiva gli adolescenti

(mai adulti) fanno a pezzi un’altalena

al parco giochi.

La monnezza segue al mercato

– è la legge, è l’alternanza

del dio putrescenza a bellezza.

La poesia non ci salva ma è respiro vitale.

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NELLA CUCINA DI MIO NONNO – una poesia

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***

C’è quel rapido attivarsi dell’area entorinale

col profumo cipollino del soffritto, le carote

più care, il sedano a dadini fini fini, la camicia

candida e il berretto, lo sguardo fiero e dritto.

Il nonno che cucina per tutta la banda di nipoti,

per i figli e per le loro mogli, per le figlie e i mariti,

per gli ospiti inaspettati, per la cagnara natalizia

intorno ai tavoli – d’estate nella casa in campagna.

Il nonno che impasta il ripieno della faraona,

che agghinda l’anguilla marinata, l’arrosto caldo

e il pane nero, la minestra di verdure scelte a naso.

Il nonno in piedi alla finestra: “Pronto? Chi è?

Ma certo venite, metto in tavola l’olio toscano,

mi date una mano e si pranza, sono contento.”

Conservo i mestoli di metallo e di rame forgiati

dal nonno come gli anelli, la bella radio di radica,

gli arnesi del provetto cuoco veneto, romantico

pollice verde, osservatore di stelle, costruttore

di geni assopiti nel mio cuore, dolcetti di DNA.

 Valeria Bianchi Mian

 

STATO CONFUSIONALE- una poesia

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Otto miliardi di bambini in attesa

di un Godot, come spettatori sordi

al vitale concerto noise, noi viviamo

esistenze che procedono a saltelli

nell’autoaffermazione dell’assolo “Io”.

Sfoggiamo sorrisi armati fino ai denti,

conclamati nella demenza senile,

eletti giuria disorientata, eretti

in focus maniacale e ci perdiamo

nei labirinti del buco nell’ozono.

No, non è vero che una goccia di pioggia

che si sposi a centinaia di altre gocce

vada senza dubbio a creare un mare.

Dipende dal punto in cui la goccia cade.

Se il cemento butterato sulla strada

divora ogni cosa, compresi i sogni,

come possiamo sperare di far talea

unendo il tale e il quale o l’hic al nunc

nel futuro che non miri solamente

a prendere il sole in piscina su Marte?

Sono, temo, una di quei quasi adulti

che cammina lentamente sulla terra.

Purtroppo mi tocca, ora è questa la croce

da declamare sul palco dell’assurdo.

Una commedia che va celando in ombra

i prodromi della solita tragedia.

Ecco! Mi toccherà, ed è un lavoro immane,

il raccogliere milioni di lacrime

dentro il mio minuscolo contenitore

per tentar queste scritture a fuoco lento

poetica del tempo e del mio senso.

VBM/ora