POESIA PER UNA VECCHIA TRANS

D. mi permette di fotografarle le mani
—
Alla tua faccia sfatta e agli artigli ben curati
abbini una Madonna delle Sante Capesante.
“Maria, pettina il mio Male in fondo al mare
nel dolore vivo dei sessantadue e passa!
Mancano tre anni e poi andrò in pensione.
Sto in attesa del miracolo nel ventre d’agonia.”
Monca sarà Morte, poiché tu già sei donna
in barba ai maledetti che usano la “O”.
“Ti pare alla mia età dover giustificare?”
In men che non si dica, tu piangi e ridi
e piangi sulla messa in piega del tuo Io.
Mi chiami per un tè al gusto nero kitsch.
Mi vuoi accoccolata nei minimi dettagli.
Dei tuoi Non Compleanni sono io l’Alice
che coglie pezzettini di magico biscotto
e cuoce le tue storie, e cuce i versi sparsi.

Madonna delle Sante Capesante
Ma chi è questa persona?
“Sessanta e più anni di vita senza fissa dimora, poi la casa popolare e quel minimo di invalidità. D. è una transessuale non operata. D. ha il volto di un Elephant Man, ha lo sguardo frantumato dal silicone che sotto la pelle si è fatto cemento. Non può più mangiare, non può più muovere la bocca. Le parole escono dagli interstizi tra i denti neri e diventano nenia…”
A D. avevo regalato anche questo racconto:
TRE POESIE SALVATE DA FACEBOOK
TORINO/1
Torino sei bella – pensavo
tornando a casa dal Carrefour –
con quell’aria francese e la puzza
sotto il naso. Il mio naso annusa
il tuo odore cosmopolita
in ogni anfratto, si gode il profumo
che ha nome “le monde”
quello che i marciapiedi di San Salvario
vestono al meglio. I tuoi isolati
in armata si fan centro, snodano
vie pronte per uscire a ballare.
Il mio naso è sveglio, teso; unico senso
che mi funziona, che va a meraviglia.
E così riconosco ogni minima
variazione sul tema “cibo internazionale”
(che va cuocendo in ogni tuo angolo).
Gli ingredienti base, gli elementi
la pizza, la bagna cauda, le patatine
il kebab, le merde di cane
e di essere umano d’ogni nazionalità.
Le alghe verdi crepitano – creeping
creatures – le gru svolazzano, i corvi
gracchiano, la gente ridacchia, io scrivo
di te per dirti che oggi sei bella.
Non ti amo più in novembre
e vorrei tradirti con una città di mare
tipo Genova o Marsiglia, per capirci.
Costretta nel tuo smog che odora
di salame, passerò l’inverno a ricordare
quanto sei bella oggi pomeriggio.
In Via Ormea chiacchiero spesso
con le ragazze che sostano agli angoli
in ogni stagione – e ti respirano
senza sosta, mentre i ragazzi nerissimi
si nascondono tra le auto ogni volta
che passa e se ne va la polizia.
Non è cambiato nulla, ma tutto
proprio tutto va avanti mutando.
Ed ecco son tornata, sono con te
– e dire che un tempo fui milanese –
e allora, d’accordo, va bene: stasera
decido di decidermi a disfar le valigie.
NERONE/2
Dimmi ferro, Nerone,
bacchetta rovente per il mio barbecue
– son io la carne, sei tu.
Sul tuo sesso m’innalzo
– Santa Teresa! – sono un aliante.
Dimmi guanciale e silenzio,
velo di pube, il bacio è possesso,
amante.
Mai fu visto spettacolo più commovente.
Con un accendino potresti abbagliare
la gazza ladra, ma,
se punti il mignolo fuori città, Nerone,
vedi dodici vergini mansuete
e una tavola imbandita per l’occasione.
Siamo bambine che vanno a memoria
tra vecchi professori invasati
di nuvole e guerra, pedanti
– forse un poco pederasti.
Nerone, tu non vuoi fanciulli in rima
che bacino le strade a senso unico.
Indica et impera.
Una poesia è roba da pazzi, se appicco
io, per te,
il più devastante incendio che si possa
immaginare.
(1992)
NO MAKE-UP/3
L’intimità nei Social è il paradosso
che ci rende in qualche modo coinquilini
sempre che noi non si giochi al travestire
nomi cose città, a travisare il viso
della Persona su misura, smagliante
perfetta, senza nei, senza smagliature.
In #autoscatto mattutino sincero
ogni tanto il mio Io è favorevole
al buondì facile, al caffè virtuale.
Nonostante i malumori, il referendum
i contatti avvezzi al troppo flame, gli amici
che non vedi da anni, ma qui su Facebook
ti like-ano spesso, Verità nei Social
può accadere – come adesso a dire
guardate che il mezzo cambia, eppure
abbiamo un’anima ed è allergica al make-up.
EPILOGO
Nella barbarie collettiva gli adolescenti
(mai adulti) fanno a pezzi un’altalena
al parco giochi.
La monnezza segue al mercato
– è la legge, è l’alternanza
del dio putrescenza a bellezza.
La poesia non ci salva ma è respiro vitale.
NELLA CUCINA DI MIO NONNO – una poesia

***
C’è quel rapido attivarsi dell’area entorinale
col profumo cipollino del soffritto, le carote
più care, il sedano a dadini fini fini, la camicia
candida e il berretto, lo sguardo fiero e dritto.
Il nonno che cucina per tutta la banda di nipoti,
per i figli e per le loro mogli, per le figlie e i mariti,
per gli ospiti inaspettati, per la cagnara natalizia
intorno ai tavoli – d’estate nella casa in campagna.
Il nonno che impasta il ripieno della faraona,
che agghinda l’anguilla marinata, l’arrosto caldo
e il pane nero, la minestra di verdure scelte a naso.
Il nonno in piedi alla finestra: “Pronto? Chi è?
Ma certo venite, metto in tavola l’olio toscano,
mi date una mano e si pranza, sono contento.”
Conservo i mestoli di metallo e di rame forgiati
dal nonno come gli anelli, la bella radio di radica,
gli arnesi del provetto cuoco veneto, romantico
pollice verde, osservatore di stelle, costruttore
di geni assopiti nel mio cuore, dolcetti di DNA.
Valeria Bianchi Mian
STATO CONFUSIONALE- una poesia

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