C’era una volta mia nonna.
La madre di mio padre, io l’ho conosciuta. Mi preparava l’uovo sbattuto con il cacao, e le torte nei pomeriggi d’inverno, quelli lontani dal cambiamento climatico, quelli con la neve e la speranza accesa nel camino.

Ricordo il suo mento volitivo, il suo corpo snello ma possente, elegante, lo sguardo profondo e i bei capelli. Non posso dire che avesse una particolare predisposizione per me, d’altronde aveva più di venti nipoti!
Dall’incontro con il nonno fino alla morte, questa brava signora (non più signorina) avrebbe sfornato ben tredici figli – tralasciando quelli deceduti in tenera età. Una sorta di gara, cosi mi hanno detto, con la sorella più feconda: chi ha vinto? Decretiamo parità, o forse non si sa… forse noi siamo i vincenti, noi che siamo nati e ancora siamo tessitori di storie verso il futuro – i figli delle figlie e dei figli di nonna Angela, a nostra volta con figli e figlie o senza ma con la speranza del dire e del fare.
La brave signorine nella fotografia. Angela e le sue sorelle. Abitini fine anni Venti, perle perline e ancora una volta a chi la racconta Madama Dorè? La bisnonna matrona imponente. Il bisnonno col baffo prestante. C’era il regime, inutile mentire, c’era qualcosa che volevo dire ma l’ho dimenticato nelle trame del senso, il filo nel cassetto si è aggrovigliato. Sciolgo i nodi dei decenni, cucio scissioni alle rimembranze. Ogni gesto, ogni passo compiuto accende il lumino sulla via dell’essere oggi individui coscienti.
V.