A MIO PADRE

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Un anno che non sei carnale.
Trecentosessantacinque giorni da quella notte di gabbiani sopra i tetti e nodi tra le dita di ossa animale.
Di cosa hai bisogno / ancora un bacio
non siamo mai andati d’accordo sul senso dell’arcano, sul sogno:
tu volevi una sapienza già scritta
io la rivoluzione del noto, la consapevolezza.
Che poi sul finire dei giorni abbiamo trovato la quadra, il disegno cangiante degli stormi di storni
l’insostenibile mutamento del tempo
e al centro del cerchio non resta più di un seme
da portare avanti o indietro tra i quanti
verso dove, fino a quando
come quella volta – ci pensavo stanotte – quella volta tra le volte e la Ruota della bicicletta, quando l’hai tolta
ed io ho dovuto per forza imparare a scrivere la mia strada, ho potuto fare e disfare la scorza
per giungere un giorno a quel nocciolo.

Ovunque vada.

V.

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