Seconda e ultima parte de “Il Visionario illustrato dalla A alla Z”: dire, fare, baciare, lettera e testi di un animo errante.
Di Valeria Bianchi Mian/ALL RIGHTS RESERVED
12./N – NOISE (MUSIC FOR A NOTEBOOK)
N – Enne è la mia palindroma
ennesima giornata a Guernica
enne volte sto a rimaneggiare
lo sguardo d’umano demonico.
N – Enne il mio amore in eroma
disarmonie su carta di giornale
le madri africane in sala parto
e quella che muore anche a Torino.
N all’ennesima prepotenza
del dare luce alla prematura
donna bambina, Eva futura
mentre il respiro dell’im-permafrost
è saltare in aria nucleare
è cialtronaggine universale
è il mito Blade Runner nelle sale
– presente distopico tipico
miro all’eroe androgino androide.
Noise per un notebook, enne alla N
‘stridor di denti’ inferno terreno
ché io piango sempre dentro il caffè
giro le pagine e perdo il treno.
13./O – OSSESSIONI
Quando un’ossessione mi coglie preparata, l’accolgo per scoprire il regalo che mi porta. D’altronde il Visionario conosce la visione prismatica del senso in cinque sensi, e del sesto occhio aperto sulle nebbie che diradano soltanto se le osservi.
Quando un’ossessione mi batte nella mente, apro al desiderio un po’ invadente. Metto su il caffè e parlo non del niente ma del significato che nasconde il mio presente.
D’altronde il Visionario comprende la visione del film che sta scrivendo e a se stesso no, non mente.

Ph. Maura Banfo – la mia mano
14./P – POTHOS
Photos di Pothos (che non è “foto” ma “nostalgia”). È il mio errare, un’elegia hillmaniana dalle mani rosse, l’errore dei petali strappati anzitempo, lo scatto impresso nella memoria.
Dentro mi porto un mare di “se fosse stato”.
Cerco di dimenticare, mi cerco, ché chi cerca, se c’era, si trova.
Se avessi frequentato un liceo artistico, anziché diplomarmi in lingue: di serpe, di donna, medicamentose lingue poetiche, Coleridge e Wordsworth – ‘words worth’, perché ne vale la pena e si ritorna al punto di partenza.
O vecchio, vecchio marinaio! Tiger, tiger, burning bright nel mio Sturm und Drang, you are an elegy written in a country churchyard.
Photos di Puella creativa, fanciulla a novant’anni. Sarò una briciola di stella che avrà ballato a lungo sulla tomba del “se fosse stato” ormai diventato “qui giace chi c’è”.
Chi non danza è perduto.
Pothos, che basta un vocalizzo e il Pathos si presta come sempre a donare l’avvio. È l’opera al nero, ogni volta che posso. È l’andare a fondo in ogni questione, fino all’osso, per sentire che cosa si cela dietro il segreto, nella più piccola menzogna, dentro la paglia della passione.
È appiccare il fuoco.
*Cito, è naturale, il grande James Hilman, “Saggi sul Puer”.
15./Q – QUADERNI
Ho ucciso decine di quaderni – agende abortite a maggio, declassate a lista della spesa con buona pace degli alberi. Dovrebbero arrestarmi per incostanza, mettere agli atti il mio delirio d’impotenza. Non so amare la mia calligrafia, perfezionista dalle male maniere, e son pirandelliana nella firma per uno o centomila versi di me stessa.
Appendice: il Visionario non limita gli strumenti per l’espressione immaginale del mondo interiore. Piuttosto, egli eviterà di acquistare un solo quaderno, dichiarandosi monoteista, e prediligerà fogli sparsi e foglie ottobrine al lucchetto di un diario segreto
16./R – RUBEDO
Il carro della Luna è il drago alato, la femmina congiunta al Sol redento. Nel mondo del novello Visionario si mescolano il fuoco con gli umori mattutini, rugiada e sangue amaro, vino rosso e pioggia fine, il sudore degli eroi, le lacrime delle regine.
Grida il Visionario: “La Pietra è quasi pronta! Dell’astro è pieno il ventre! L’argento già si unisce al Sol ormai crescente.” Rubedo è l’opera al rosso, la storia più bella, l’oro dei saggi, il figlio doppio, la festa degli opposti nella psiche di una stella.
17./S – SENTIMENTO
Non ti farò sconti a fine stagione
sputo del pesce soltanto una lisca
ma dell’esca che sfuggisti adirato
ti resta l’amo in gola ed è soltanto
per ridere che tra nuvole nere
in desquamazione superficiale
concedo a quel tuo Ego di credere
di essere io quella che ha fatto scacco.
La strada nel bosco, nel sacco prego
gli ori tesori colore prezioso
da mille e più anni tessuto addosso
pelle di cielo, là dove mi poso.
Il Visionario conosce le regole del sentimento ma non sa cosa siano i saldi.
18./T – TAGLIARE
A very very short film 🎥
A very very small thing 🌏
A woman on the train 🚂
A little human being 🚶🏻♀️
A cut in the railroad 🛤
A shot and a new code 🎞
What’s left of her now ⏰
is the knowledge of how 🌋
Il Visionario conosce la segnaletica delle uscite di sicurezza.

Ph. Maura Banfo – io, in bozzolo
19./U -UCCIDERE
Tirannicidio, di Saturno – “a morte!” – perché divorò i propri figli; assorte le eroine accovacciate, le gesta degli eroi oltre le grate delle libere associazioni, in libido accesa e rinnovata, pulsioni non scevre dal giudizio di un certo grado, l’assoluzione.
Omicidi concordati con giurie di cognizioni, elementi discordanti riportati alle mansioni che in incognita d’inconscio le occasioni ripartiscano con l’Io e le illusioni.
Teratomorfismo giustapposto già smembrato qui sul posto in assemblaggio di assemblee ad ampio raggio, spettro di teriomorfologia delle fiabe, dei miti, dei sogni – la Bestia nei bisogni, i più profondi, atavici nemici, malefici mescolati in alambicco.
Ricco, il tripudio è degli alchimisti. Tristi, i vagiti della fiera morta ieri, rinata adesso.
Un preludio.
20./V – VALITUDINE/VALETUDO
La buona salute nel nome, la visione allo specchio, dentro la sfera. La quotidiana preghiera.
Il Visionario conosce la storia nascosta dentro ogni ruga, ed è consapevole della piega che una faccenda prende quando la vita se ne addossa la responsabilità.
21./Z – ZUCCHERINI
Estratti a caso, zollette di zucchero nel caffè, dall’amaro romanzo noir che uscirà nel marzo del 2018 per Golem Edizioni.
Il mio Visionario ha sbrogliato matasse, ha fatto la maglia con i neuroni, tessendo sinapsi e modi operativi: schizzi, tracce, linee, fogli sparsi, mezzi tecnologici. L’incredibile è esserci riusciti. Calcolando che il libro parla, tra le altre cose, di demenza, dipendenza e altre oscurità.
Estratto 1. – Cercheranno di rubare tutto di lui: ogni sguardo, ogni respiro. Vorranno cancellare i volti dentro le stesse fotografie che, esseri infingardi e malefici, gli somministrano ogni due o tre giorni. O forse si tratta di settimane, di mesi, di anni interi? Sperano di costringerlo a raccontare episodi che la sua mente ha già cancellato o che presto resetterà. Fanno il gioco sporco per attentare ai suoi soldi e al contempo s’infiltrano come veleno dentro il sangue che gli è rimasto a scorrere nelle vene, gli fanno assalti al cervello come piccoli gnomi bastardi. Desiderano carpire il segreto sepolto nel giardino abbandonato della sua anima. Un bel giorno, probabilmente, proveranno a staccare la spina per starsene lì a guardarlo boccheggiare, spettatori in prima fila a teatro, e poi rideranno, e infine batteranno le mani di fronte al suo corpo ormai immobile. Ne godranno in modo sadico, quando lui sarà diventato un manichino senza pile. Per concludere, lo getteranno in un angolo come un sacco di patate, a dire: “Ecco, quest’uomo si chiamava Arturo Colzi, ma oggi non è più niente.”.
Estratto 2. – Sin dalla prima volta che l’ha vista, l’ha trovata intrigante. Maurizio è figlio unico di un macellaio di Barriera di Milano, e da suo padre ha imparato a non temere la vista del sangue, dei muscoli, delle ossa e delle cartilagini animali. Quindi, per forza di cose, non si scompone nemmeno di fronte alle gambe martoriate della bionda, quando lei si mette le applicazioni al Centro Diurno, restando lì in mutande o calzoncini davanti a tutti, con Valentina che le urla di evitare di fare la scema e di andare a medicarsi in bagno. Doveva avere delle belle gambe, da ragazza. Garze, disinfettante, pus: nulla che turbi Maurizio. Niente di che. Che poi Cinzia, in fondo, gli ricorda un po’ Patty Bravo nel periodo d’oro, ma come se qualcuno l’avesse presa a mazzate in faccia, per dire.
Estratto 3. – Il suo corpo freme. Il sudore gli appiccica la maglia alla pelle. Fuori ha cominciato a piovere, mentre dentro la discoteca si muore di caldo. Le mani di Riccardo vanno a tentoni, tastano aree sempre più vaste di un altro corpo, sdraiato di fianco al suo: le gambe, le braccia di qualcuno che non ha la più pallida idea di chi sia. I peli su quel petto sconosciuto sono umidi e profumati, ma certamente l’odore umano nel buio è più acre e forte di quando la luce permette alle persone di utilizzare la vista. È un sentore selvatico, forse, ed è il grumo di emozioni che si provano tuffandosi dentro una “dark room”, sensazioni animali che ti portano alle stelle.
A presto.
Valeria Bianchi Mian







